IL BERE, ESIGENZA E RISCHIO

LA CULTURA FILOSOFICA DELLA VITA DEL DOTT. CARMINE CORREALE.
DALL’ OPERA LETTERARIA “L’INCANTEVOLE CAMMINO DELLA VITA”.
– SAGGIO N° 31 –
IL BERE, ESIGENZA E RISCHIO

Uno dei principali bisogni dell’uomo è ingerire dell’acqua o altri liquidi, per spegnere la sete, o alleviare la secchezza del cavo faringeo, adoperandosi nei momenti di maggiore esigenza, con questa semplice azione rituale, per soddisfare il proprio palato.
Quel bere così sincero, rappresenta nella vita delle persone una condizione esistenziale assoluta e senza l’assimilazione dei liquidi, verrebbe meno quel rapporto fisiologico dell’essere vivente, che gli consente la normale sopravvivenza.

Dal popolare “bevere”, esso è caratterizzato dall’ingerimento di un liquido a scopo dissetante, nutritivo o terapeutico, che determina nel soggetto una normale condizione fisica, senza alterazioni o insorgenze anomale della salute, nel percorso della vita.

Quest’azione così importante, riveste un privilegio fondamentale, perché suggerita dall’esigenza fisiologica irrinunciabile dell’essere umano, un rituale che si annovera tra i valori più alti e longevi della vita, traendone piena soddisfazione.

La generosa e mitologica espressione “Dar da bere agli assetati”, originariamente antica, ha un significato nobile riconducibile alle opere del bene, verso le persone in precarie condizioni, principalmente meritevole d’assistenza terapeutica.

Questa condizione si annovera come una delle sette opere di misericordia corporale, in grado di allinearsi attraverso la carità cristiana, in un profondo sentimento nei confronti del prossimo, che in qualsiasi momento, concede aiuto e riconoscenza.

Il desiderio di bere è condizionato dalla disponibilità d’acqua, ma in taluni continenti come ad esempio l’Africa, essa scarseggia e non sempre è potabile, costringendo quella popolazione alla sofferenza continua, se non addirittura a morire di sete.

Nei paesi sviluppati come il nostro, generalmente questo problema non esiste, ma è guardato con attenzione dagli esperti, perché l’acqua si produce dal vapore acqueo e dalle piogge e, quando esse non scendono, subentra il pericolo della siccità.

L’umano, con la sua sensibilità ed intelligenza, ha sfruttato le risorse idriche e i diversi tipi d’acque minerali a scopo curativo e terapeutico, trasformandole in bevande, o amalgamandole ai composti alimentari, atti alla preparazione dei cibi.

Il proverbio più rappresentativo tramandato fino ai giorni nostri “Chi beve vino, campa cent’anni”, che esalta sin dall’antica esistenza del nostro Onnipotente, il bene amato vino, presente sulle tavole imbandite, durante il desco.

Il vino, nella sua dimensione qualitativa, è indice di soddisfacente cultura esistenziale ed ha sempre rappresentato un desiderio sincero, dal raffinato gusto per il palato, contenente un tasso alcolico basso, ma ricco di proprietà salutari, idonee ad allungare la vita.

L’esigenza di dissetarsi o voler bere qualcosa, richiede una manovra assai semplice, proposta anche dai neonati in maniera autonoma, succhiando il latte dal seno materno, proprio perché suggerita dall’istinto, sin dai primi giorni di vita, allo scopo di nutrirsi e dissetarsi.

Nel passato, gli ospiti si riunivano intorno ai tavoli nelle caratteristiche “osterie”, quindi tra le chiacchiere e l’allegria, si lasciavano andare in una ricca abbuffata di cibi e una bevuta di buon vino, senza preoccuparsi d’altro.

Nell’occasione si beveva il vino locale prodotto dai vigneti delle campagne circostanti, e durante il trattenimento chiassoso e inebriante dal fumo dei sigari, si determinava una particolare euforia in tutto il locale, che durava fino a tarda sera.

Nei momenti più importanti per festeggiare una persona o qualche evento, come da consuetudine tramandata nel tempo, si faceva “il brindisi” per bere alla salute, in cui tutti elevavano il calice al cielo, auspicando l’augurio di felicità e prosperità al festeggiato.

Un’altra usanza abbastanza consueta, è il tradizionale piccolo “rinfresco”, per festeggiare un evento più specifico, con dolciumi, vino e liquori, in compagnia degli amici o famigliari, per suggellare un successo conseguito, dopo l’impegno ed il sacrificio.

Tra amici, solitamente si offre da bere, in segno di riconoscimento della profonda stima ed amicizia, e quest’esempio rientra nel caratteristico valore espresso dalla solidarietà umana, cristallizzata attraverso la virtù dell’amore per gli altri.

L’abitudine di bere vini ed alcolici, non deve inoltrarsi nell’esagerazione e peggio ancora nel vizio, perché tutti sanno che eccedere oltre il limite consentito, potrebbe arrecare danni anche rilevanti alla salute psicofisica.

Il voler dimenticare in fretta un dolore, una delusione o una triste esperienza, induce qualche soggetto a relegarsi verso un atteggiamento abulico con sfumate note di depressione e tristezza, avvicinandosi all’alcool, nell’illusione di poter superare l’ostacolo.

Secondo l’essenza della vita, questo modo di fare è completamente sbagliato, così pure assumere psicofarmaci o droghe, rappresenta per il valore esistenziale della vita, una grave offesa all’essere umano stesso, in ragione alla propria integrità fisica offerta da Dio.

Nella nostra società, tecnologica e permissiva, talvolta si pronuncia la seguente affermazione “beviamoci sopra!”, che, anche in modo scherzoso è riferita agli altri, per affogare il male dal vino, allo scopo di dimenticare.

Colui che beve troppo, non può certo ricevere il consenso della gente, anzi questi oltre a schivarlo, gli affibbiano il nomignolo di “spugna”, perciò, anche se bere è consentito, dovrà mantenersi nei limiti accettabili dall’intuizione umana.
Autore: dott. Carmine Correale
(poeta, scrittore saggista e interprete d’arte e dipinti).
Continuate a leggere domani la seconda parte. Grazie.
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foto di Carmine Correale.
foto di Carmine Correale.
foto di Carmine Correale.
foto di Carmine Correale.

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