Settimanale “Visto” n. 24 14 giugno 1990

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Articolo su “Visto” di Livio Colombo.

Tre bambini napoletani si ribellano alla decisione del tribunale che un anno fa li affidò alla madre

“Presidente Cossiga facci restare con papà”

Così hanno scritto al capo dello Stato. Per i giudici Carmine Correale, separato dalla moglie austriaca dall’85, è «inidoneo» alla cura dei figli. Ma i piccoli non sono d’accordo e per paura di perdere il padre poliziotto lo accompagnano persino durante il suo lavoro. La mamma accusa: «Li ha plagiati»

«Signor Presidente Cossiga, a noi piace stare con papà nella nostra casa, ma i giudici ci vogliono mandare a tutti i costi con la mamma che non ci vuole bene Lei ci ha lasciati da piccoli, ed è andata via dimenticandosi di noi. Papà è rimasto sempre con noi e ci ha aiutato a crescere e ci ha dato tutto. Adesso la mamma ci vuole prendere con i carabinieri…».

La grafia è incerta, le parole, semplici e toccanti, sono quelle di un bambino di undici anni, Alessandro, che con i fratellini Francesco di nove anni e Antonio di otto sta facendo di tutto per opporsi alla «giustizia» dei grandi, quella dei tribunali e delle toghe, quella che talvolta si dimentica di far prevalere il diritto più importante e indifeso: la volontà dei bambini.

È il triste copione di sempre, di Kramer contro Kramer, in questo caso di Carmine Correale, 45 anni, ispettore di polizia all’aeroporto di Capodichino, contro la moglie, 39 anni, ex maestra d’asilo di Innsbruck infelicemente trapiantata in Campania. Insomma «c’era una volta una famiglia». Poi solo incomprensione e rancori, astio, orgoglio, piccole e grandi vendette. Senza vincitori. Mentre i vinti portano ancora i calzoncini corti.
«Non dormo certo sonni tranquilli al pensiero che i miei figli possano finire con una madre simile», dice lui, «ma la cosa più importante è evitare che subiscano altra violenza». «Loro con la mamma non ci vogliono proprio andare e lo hanno dimostrato in ogni modo», afferma Carmine Correale, spulciando fra le mille scartoffie di una querelle giudiziaria vecchia di anni e ben lontana dalla conclusione.
«Negli anni scorsi i carabinieri hanno verbalizzato almeno una decina di volte il rifiuto dei bambini ad incontrarsi con la madre. In più circostanze sono addirittura scappati durante le visite che lei faceva. loro. Una volta, quando il maggiore aveva solo sette anni, fuggirono senza che la madre se ne accorgesse e si fecero quattro chilometri a piedi in direzione della casa dai nonni».


Ma l’episodio più chiaro, fotografia drammatica di un’infanzia senza spensieratezza, porta la data del 20 gennaio scorso. All’uscita di scuola Alessandro si è trovato di fronte un avvocato, un ufficiale giudiziario, i carabinieri. E sua madre, fredda c silenziosa. E io stesso, silenzioso e sconsolato per non poter far altro che dar corso alla legge.
«Alessandro scappò fra le macchine, perdendo la cartella. Poi afferrò l’inferriata, restando attaccato a lungo, sordo alle suppliche dei carabinieri», racconta Correale.«Li ho persino sculacciati per portarli ad Ischia dalla mamma. Ma loro non la chiamano più così, e si può ben capirli. Alla famiglia lei ha sempre preferito la sua libertà, li abbandonava per settimane per tornare in Austria. Poi nell’84, di nascosto, ha avviato le procedure per la separazione dopo avermi chiesto di dividere i figli, “uno a me, due a te”, neanche fossero dei mobili».
Il suono dell’altra campana, che ha convinto i giudici napoletani a revocare a papà Carmine l’affidamento della prole, parla di «plagio» e di «miope concezione dei metodi educativi».La madre nordica, insomma, sostiene che l’ex consorte abbia aizzato i figli contro di lei. Sentenze, appelli, interessamenti dell’ambasciatore austriaco e del Ministero degli Interni, accuse e contraccuse. E, soprattutto, continue richieste affinché sia data finalmente esecuzione a una sentenza discussa, forse crudele, ma ormai vecchia di un anno.
I bambini, nel frattempo, continuano a passare ore e ore delle loro giornate fra le divise dei poliziotti e il via vai dei turisti dall’aeroporto di Capodichino. Loro il papà non lo mollano, neppure quando è al lavoro.